La disciplina delle società di comodo è da sempre uno dei terreni più delicati del rapporto tra Fisco e piccole imprese italiane: un meccanismo pensato per contrastare le società create solo per intestare beni senza svolgere una vera attività economica, che però rischia di colpire anche imprese reali attraversate da un periodo di difficoltà. Una recente sentenza della Cassazione interviene proprio su questo punto di frizione, con riferimento specifico all'IVA.
La Corte di Cassazione, sezione tributaria, con la sentenza n. 4151 del 18 febbraio 2025, è tornata sul tema delle società di comodo, recependo espressamente i principi già affermati dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea nella causa C-341/22 (Feudi di San Gregorio, decisione del 7 marzo 2024): un dialogo tra giurisprudenza nazionale ed europea che rafforza, anziché indebolire, la portata del principio affermato.
Il meccanismo interno della normativa sulle società di comodo, previsto dall'art. 30 della L. 724/1994, si basa su un test di operatività: se i ricavi effettivi dell'impresa non raggiungono una soglia calcolata applicando determinati coefficienti al valore degli asset patrimoniali, la società viene presunta "non operativa", con conseguenze fiscali penalizzanti, tra cui la possibile limitazione al rimborso o al riporto del credito IVA maturato.
Il principio affermato dalla Cassazione è netto e va nella direzione di temperare l'automatismo di questo meccanismo: il diritto alla detrazione e al rimborso dell'IVA non può essere negato in modo automatico solo perché la società non supera il test di operatività. La presunzione di non operatività, pur ammessa dal diritto interno italiano, non può tradursi meccanicamente in una negazione dello status di soggetto passivo IVA basata su un mero criterio quantitativo di ricavi.
La ragione di questo temperamento sta nella natura stessa dell'IVA, imposta armonizzata a livello europeo: il diritto alla detrazione è un principio cardine del sistema IVA comunitario, e una normativa nazionale non può comprimerlo sulla base di una presunzione automatica legata a un dato puramente quantitativo, senza lasciare al contribuente la possibilità concreta di dimostrare l'effettivo svolgimento di un'attività economica reale.
Per le tante piccole imprese italiane classificate "di comodo" per ricavi sotto soglia — magari per un anno difficile sul piano commerciale, per investimenti in corso che non hanno ancora generato ricavi, o per cause di forza maggiore che hanno rallentato l'attività — questo orientamento rappresenta un argomento difensivo importante contro i dinieghi di rimborso o riporto del credito IVA motivati esclusivamente sul mancato superamento del test di operatività.
Non significa che il test di operatività sia stato abolito, né che ogni società sotto soglia possa considerarsi automaticamente al riparo: significa che, in sede di contenzioso, la sola circostanza del mancato superamento del test non è più un argomento sufficiente, da solo, per negare il diritto al rimborso IVA, se l'impresa è in grado di dimostrare l'effettivo svolgimento di un'attività economica genuina.
Chi ha ricevuto un diniego di rimborso o di riporto del credito IVA motivato solo sul mancato superamento del test di operatività può quindi valutare, con l'assistenza del proprio commercialista, se impugnare l'atto alla luce di questo orientamento, portando all'attenzione del giudice tributario elementi concreti che dimostrino la genuinità dell'attività svolta nonostante i ricavi sotto soglia.
Fonte: Corte di Cassazione